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ROPPOPPO' 2005

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RASSEGNA STAMPA

CANTAR NELL'ANIMA


Credo che gli artisti, specie quelli che fanno musica, si dividano in due categorie, quelli che "sentono la musica" e che riescono a trasmetterti emozioni, e quelli che "vendono musica", buoni solo per la radio della macchina e per farti fischiettare qualche motivetto che, per un certo periodo, piace più o meno a tutti. Roppoppò non appartiene ad alcuna di queste due categorie, perché le sue canzoni non trasmettono emozioni e la sua musica, per quanto orecchiabile, non vive lo spazio di una stagione.
No, Roppoppò è diverso.
Roppoppò ti canta nell'anima.
Roppoppò ti scardina la porta delle memorie antiche.
Roppoppò ti evoca saperi che ti preesistono, che c'erano anche prima che tu nascessi e che sono tuoi solo perché, prima di te, qualcuno è riuscito a farli propri e a sedimentarli in quell'angolo del cuore destinato, e un giorno la scienza lo dimostrerà, ad accogliere l'estratto di tutte le vite vissute prima della nostra e, senza le quali, la nostra non sarebbe vita.
Roppoppò è un poeta.
Di quelli veri.
Di quelli che non si inerpicano sulle vette della letteratura riservata agli iniziati, ma si fanno portatori di quel comune sapere e di quel collettivo sentire che sono nostri, nutrimento stesso del nostro essere uomini. Lui ama definirsi cantastorie, e non sbaglia, perché era proprio ai cantastorie che veniva affidata, quando la cultura era tramandata e non trasmessa su un video, la creazione di una nostra identità. Quelle che canta Roppoppò non sono canzoni, sono poesie del vivere, sono ritratti del tempo incastonati in una cornice di note, che solo una lettura frettolosa definirebbe “orecchiabili” o, peggio, “folcloristico-tradizionali”, magari con quella leggera spocchia che sempre accompagna il parlare degli “altri”, gli artisti delle altre due categorie.
Ma gli altri sono cantanti, che ne sanno della poesia. Che ne sanno di quella magia curiosa che si impadronisce di noi, di tutti noi, quando una delle canzoni di Roppoppò si fa colonna sonora del nostro vivere. Che ne sanno, loro, gli artisti veri, del cantare nell'anima? Che ne sanno di quel distillato di memoria collettiva che sempre, quando canta Roppoppò riaffiora con la prepotenza di un fulmine d'estate, ma è un fulmine che porta sereno.
Tutto accade in un attimo, Roppoppò canta e tu ti accorgi che no, non lo stai ascoltando, che non sono le orecchie il tramite della conoscenza, ma che quella musica, quelle parole, quel confondersi non confuso di note è solo l'eco potente di un suono che ti vive dentro e che, in quell'attimo, ti ripropone i colori e i calori dei tempi segnati dalle stagioni, dei raccolti e delle semine, delle aie popolose, delle lune accese sulle serate scolpite dalle parole, dai racconti. Dalle musiche dei cantastorie. Roppoppò non va ascoltato, va assorbito, perché ci consente il lusso di tornare con l'anima ai tempi nei quali, a sera, non s'andava a dormire con i sonniferi ma con le stelle e non si sprecava sonno in sterili autoanalisi sull'aver vissuto una giornata da uomini appagati o da uomini insoddisfatti, da uomini sereni o da uomini stressati, da uomini con l'ansia o da uomini con il panico. Molto più semplicemente, ci bastava essere stati uomini.

Calateve lu cappelle, c'è Roppoppò che canta…

...Antonio D'Amore

maggio 2006